La Cripta bizantina di Santa Cristina

La cripta bizantina di Santa Cristina a Carpignano Salentino è uno dei monumenti più importanti della bizantinità rupestre dell'intera Italia meridionale, sicuramente il più notevole fra tutti quelli presenti nel Salento che attestano la presenza in questa terra del rito orientale. Essa costituisce un punto di partenza per chiunque sia interessato all'arte iconografica bizantina e in particolare alla produzione pittorica dei secoli X-XI, cioè del periodo della cosiddetta seconda colonizzazione. L'interesse degli studiosi intorno al programma iconografico della cripta di S. Cristina è stato vivissimo sin dalla fine del secolo XIX, in quanto la cripta permette di vedere, riuniti in un unico invaso, gli affreschi datati più antichi fra gli insediamenti rupestri del Basso Salento. Ma la straordinarietà del monumento risiede nel fatto che esso conserva - caso unico nel Meridione d'Italia - le iscrizioni dedicatorie recanti i nomi dei committenti, le firme degli artisti e la datazione precisa al mese delle opere pittoriche.

La storia

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e le invasioni barbariche che ne seguirono, il Salento fu riconquistato all'Impero d'Oriente dall'imperatore Giustiniano (527-565) durante la guerra greco-gotica (535-553). È questa la cosiddetta prima dominazione bizantina, di cui nel Salento resta lo splendido mosaico absidiale della Chiesa di Santa Maria della Croce a Casaranello (Casarano).
La seconda dominazione bizantina del Salento risale invece al IX secolo, quando l'imperatore Basilio I (867-886), iniziatore della dinastia Macedone, riprese l'offensiva contro i Saraceni nell'ambito del riordino dei territori imperiali a lungo trascurati e inviò in Occidente un corpo di spedizione al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio. Il castaldo di Bari non fu in grado di reggere all'offensiva e consegnò la città nelle mani dello stratego di Otranto, un certo Giorgio. Bari divenne allora la sede amministrativa del nuovo Thema militare della Langobardia, nome con cui i Bizantini designarono tutto il territorio meridionale longobardo.
È a questo periodo che risalgono gli affreschi della Cripta bizantina di Santa Cristina a Carpignano Salentino. In particolare, il primo strato di intonaco affrescato risalirebbe al secolo IX, al tempo appunto della riconquista voluta da Basilio I, mentre l'affresco più antico datato è del 959, anno che a Bisanzio vede il passaggio del trono da Costantino VII Porfirogenito a Romano II.
Con l'arrivo di Roberto il Guiscardo a Bari nel 1071 finisce la seconda dominazione bizantina e tramonta definitivamente il dominio di Bisanzio in terra salentina (a Bisanzio è l'anno di passaggio tra i regni di Romano IV Diogene e Michele VII Ducas). La splendida cultura, la lingua greca e il rito orientale continueranno però a sopravvivere almeno fino al secolo XVII, quando la Riforma cattolica non tollererà più l'esistenza di tradizioni liturgiche diverse dal canone romano.
L'Impero bizantino durerà invece fino al 1453, anno in cui i Turchi, guidati da Maometto II, conquisteranno Costantinopoli, strenuamente difesa con la vita, ma invano, dal suo ultimo imperatore Costantino XI Paleologo Dragazès. Solo qualche anno prima, il 6 gennaio del 1449, questi era stato incoronato imperatore nella cattedrale di Agios Dimitrios a Mystras.

L'invaso

La cripta bizantina di Carpignano faceva parte di un complesso di ambienti scavati nel banco roccioso affiorante, complesso che prevedeva non solo il luogo di culto, ma anche anfratti, usati come abitazioni, e un trappeto ipogeo riportato alla luce e visibile nel largo antistante.
L'anfratto che ospita la cripta potrebbe essere anteriore, anche di molto, al IX–X secolo, data a cui risalgono gli affreschi più antichi. L'ambiente potrebbe essere stato adattato in seguito — appunto in età bizantina (seconda dominazione) — a luogo di culto e abbellito con gli affreschi.
La denominazione oggi comunemente e definitivamente accolta dagli studi è Cripta di Santa Cristina; la Santa è infatti la patrona indiscussa, in quanto è raffigurata per almeno sette volte. La denominazione di Cripta delle Sante Marina e Cristina, voluta dai primi studiosi, è completamente superata, poiché le due immagini bizantine attribuite a Marina si sono rivelate essere di Cristina e di un arcangelo. La denominazione ufficiale di Chiesa della Madonna delle Grazie, susseguente alla ridedicazione latina della cripta alla Vergine (presumibilmente alla fine del Quattrocento) sopravvive più che altro nella toponomastica locale.
L'attuale aspetto della cripta è quello prodotto dalla ristrutturazione settecentesca, che ne ha modificato profondamente la struttura, ma ha fortunatamente conservato buona parte degli affreschi. L'ambiente attualmente si presenta diviso in due sezioni, una più grande, che è la chiesa-cripta vera e propria, l'altra più ristretta, il cosiddetto endonartece, una sorta di vestibolo interno, destinato ai catecumeni e ad usi cimiteriali. Nella sezione più grande, l'unico pilastro tufaceo superstite segna la divisione tra la zona sacra, detta in greco vima, da quella destinata ai fedeli, il naos.

Gli affreschi

È singolare la coincidenza cronologica fra gli eventi storici e la realizzazione delle opere pittoriche nella cripta di Santa Cristina. Lo strato di intonaco più antico, emerso dopo i restauri del 1999 sotto l'affresco di Teofilatto, risalirebbe infatti proprio al secolo IX che vede l'inizio della cosiddetta seconda dominazione bizantina. L'ultimo importante affresco data invece proprio tra il 1055 e il 1075, periodo in cui, con l'ingresso a Bari di Roberto il Guiscardo, i Normanni succederanno ai Bizantini nel dominio del Sud Italia.
Ma il motivo per cui la cripta è considerata uno dei monumenti più importanti della bizantinità rupestre del Meridione è il fatto che conserva affreschi con datazioni scritte precise al mese e con la firma dei pittori che li hanno eseguiti, evento assolutamente eccezionale nell'intera realtà delle cripte bizantine del Mezzogiorno.
Sull'intero ciclo pittorico, uno dei più cospicui e dei meglio conservati del Salento, spiccano per importanza l'Annunciazione e il Cristo Pantocratore del pittore Teofilatto, che data al mese di maggio del 959; il trittico del pittore Eustazio, del mese di maggio del 1020; l'affresco del pittore Costantino del 1054–1055; i dipinti della tomba ad arcosolio (datati tra il 1055 e il 1075), che conserva il tenerissimo epitaffio, noto come iscrizione di Stratigulis. Il testo è in dodecasillabi bizantini e potrebbe trattarsi della più antica iscrizione funeraria bizantina in versi dell'intero Mediterraneo.

I restauri

La prima fase di restauro ha interessato nel 1999 la parte principale dell'invaso. Si è trattato fondamentalmente di un restauro conservativo degli affreschi con una limitazione massima della reintegrazione pittorica, che è consistita nel riequilibrio cromatico delle lacune, facendo in modo che queste non prevalessero sulle immagini.
I restauri hanno permesso anche la riscoperta di una gran parte del patrimonio iconografico, che era precedentemente illeggibile.
Un altro criterio che ha guidato questo restauro è stato quello di restituire all'invaso l'aspetto originario di una cripta-grotta, mutato in seguito agli interventi settecenteschi. Si è cercato quindi di trattare la roccia non affrescata rispettando tutte le sue caratteristiche con le fessure e le cavità utilizzate anticamente per la collocazione delle lampade.
Questa prima fase, oltre al recupero degli affreschi ha previsto anche interventi sulla struttura del monumento, ad esempio con il ripristino totale del pavimento solare.
La seconda fase del restauro si è svolta nel 2003 e ha riguardato gli affreschi presenti nell'endonartece. I criteri che hanno guidato i restauri sono simili a quelli della fase del 1999, anche perché coordinati dalle stesse restauratrici, dottoresse Januaria Guarini e Brizia Minerva.
Attualmente, dopo tredici anni dal primo restauro, la cripta di Santa Cristina necessiterebbe di un nuovo intervento quanto meno di pulitura dai sali, altrimenti si rischia di far scomparire per sempre opere di inestimabile valore che hanno avuto la forza di resistere ai secoli.

Teofania

Dopo i restauri e il Convegno del 2000, la Parrocchia di Carpignano nella persona del parroco don Giuseppe Colavero e l'Associazione Carpiniana hanno voluto che la cripta recuperasse in parte anche il suo antico rito. Per questo motivo, ogni anno il 6 gennaio viene organizzata dall'Associazione una breve cerimonia in rito cattolico bizantino con canti in greco, celebrata dal papas Nik Pace, sacerdote della Chiesa Greca di San Nicola di Mira in Lecce. Il rito prevede la benedizione dell'acqua tramite l'immersione in essa della croce. Con l'acqua benedetta vengono poi aspersi i fedeli e riempite alcune ampolle che i presenti portano via per donarla a chi non ha potuto prendere parte al rito.
Tale celebrazione e quella in rito latino in onore della Madonna delle Grazie, l'8 settembre, sono le uniche due che si svolgono durante l'anno nella cripta.